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MANFREDONIA,
ai margini del Tavoliere di Puglia, in fondo al golfo omonimo, distesa sulla
riva, saluta col profilo vario delle sue case antiche e dei nuovi palazzi.
Il sobrio campanile della Cattedrale, l'austero Castello di re Manfredi,
i suoi splendidi arenili, i due vecchi moli foranei e il modernissimo pontile
industriale, si fondono, nel fervore delle opere e dei giorni, sull'orizzonte
vasto del mare e nella cornice superba della "Montagna del Sole".
Qui il nuovo e l'antico, il passato e il presente, e direi anche il futuro, pur
distanti nel tempo, rafforzandosi a vicenda, svolgono una reciproca funzione
complementare.
La nascita di Manfredonia trae origine dalla vicina Siponto. Sipontum,
la città delle seppie, secondo l'etimologia più diffusa, o più
probabilmente la città costruita sugli scogli sforacchiati dai datteri di mare.
Fondatore il mitico Diomede, o più verosimilmente quei Dauni primitivi, che,
venendo per mare dall'Illiria, portarono qui, nel punto più sicuro e riparato
del golfo, non le pietre di Troia distrutta, per edificare la nuova città, ma,
secondo il Prof. Silvio Ferri, il ricordo della guerra di Troia, non raccontata
dai vincitori, ma dai vinti; ossia una ventata nuova di civiltà e di cultura,
documentata nelle famose "Stele daunie", più di duemila pezzi,
raccolte e interpretate dall'insigne archeologo scomparso e che costituiscono
ora un unico e inestimabile tesoro archeologico, che si conserva nel Museo
nazionale, nel Castello svevo-angioino di Manfredonia.
Ma dov'e il sito di Siponto daunia e poi greca, quando divenne porto di Arpi,
prima che i Romani la conquistassero durante la guerra annibalica?
Qualcuno lo cerca tra Coppa Navigata e la Cupola, tra il Cervaro e il Candelaro,
dove sono venute alla luce, oltre alle stele, testimonianze della fine dell'età
del bronzo e del principio dell'età del ferro.
L'antica Siponto, stratificata con la sua storia nel tempo e vissuta in funzione
di Arpi e del Tavoliere, giace sotto una coltre di verde, ben delimitata dai
resti delle mura di cinta.
Come lontane le vicende di conquiste e di liberazione: Annibale, Odoacre,
Teodorico, il vescovo Lorenzo che salva la città dall'ira di Totila, e poi
Slavoni, Longobardi, Saraceni. Bisogna scavarne le tracce lungo le strade e
negli edifici sepolti, per liberarne e accertare le memorie.
Cattedra vescovile e sede di una delle più antiche comunità cristiane,
Siponto, disputata dagli imperatori greci e latini, dai duchi di Benevento e dai
Normanni fino agli Svevi, e legata alla cura del grande Federico II, il "puer
Apuliae", che vi fonda l'ospedale di San I.azzaro per i contagiosi.
Ma là dove sono stati eseguiti scavi, tra le rovine della splendida basilica
paleocristiana a tre navate, nel groviglio di fabbriche diverse e sovrapposte,
occhieggiano pavimenti musivi, qualcuno policromo (ora sulla parete interna
della chiesa medievale), colonne, capitelli, sarcofaghi, lapidi e iscrizioni,
che ci restituiscono momenti di vita e nomi di sipontini che qui vissero e
morirono.
In adiacenza, sul luogo dove probabilmente era l'antico battistero di San
Giovanni, si erge solitaria, sulla città sepolta, la luminosa chiesa romanica
di Santa Maria Maggiore, costruita nell'XI secolo con materiali di spoglio della
vecchia basilica.
Quando la malaria e i terremoti resero Siponto una città semidistrutta e
deserta, i pellegrini, diretti a Roma dall'Oriente o in Terrasanta
dall'Occidente, continuarono a giungere e a sostare qui, prima di salire alla
Grotta dell'Angelo.
Imperatori, sovrani d'Europa, pontefici, crociati, popolani e santi, deponevano
le loro ansie e speranze davanti alla meravigliosa Madonna bizantina, dipinta,
secondo la tradizione, da San Luca, e scendevano nella cripta tra una selva di
colonne e un cielo di ariose voltine a vela, per cogliere un segno nello sguardo
immoto della Sipontina, la preziosa statua lignea della Vergine col Bambino, ora
in Cattedrale unitamente al sacro tavolo.
Vi giungevano, dopo viaggi lunghi e faticosi, dalla bella chiesa romanica di San
Leonardo a Lama Volara dei premi del '200, anch'essa, con l'ospizio, le
imponenti fabbriche abbaziali e il tipico camino a torretta, punto di sosta
nell'arso Tavoliere per i pellegrini che si recavano al Santuario dell'Arcangelo
guerriero.
Non ha tramonto il ricordo dei Crociati, dei Cavalieri Teutonici, e di Tancredi,
Boemondo, Guglielmo il Buono, che dotarono l'abbazia di S. Leonardo di terre e
di privilegi vari.
Qui un possente crocifisso ligneo (ora nella Cattedrale di Manfredonia) pare
vivente nella sua sofferta e tormentata rigidità bizantina.
Nel grandioso portale l'"arrivo dei re Magi" e il "pellegrino al
Gargano" protetto da San Michele, rappresentati negli stupendi bassorilievi
dei capitelli, restano ancora a testimoniare una lunga e inquieta epopea di
fede.
Quella medesima, forse, che spinse Manfredi, sull'esempio paterno, a
ricostruire la nuova Siponto poco discosta dall'antica.
Resa inabitabile per le distruzioni e l'aria malsana, interrato il porto,
Manfredi ne constata la fine, e nel 1263, concedendo privilegi e franchigie,
decreta il trasferimento dei rimanenti abitanti nella nuova Siponto.
Per lo sfortunato Manfredi la nuova città, che egli aveva disegnato sullo
schema urbanistico dell'antica Siponto, doveva rispondere alle crescenti
esigenze di espansione economica dell'alta Apulia, e costituire un baluardo di
difesa delle coste pugliesi dagli slavi e dagli arabi.
Col castello, la cinta muraria e le torri, gli edifici, le strade, il porto,
sarebbe divenuta, secondo fra Salimbene da Parma, "una delle più belle
città del mondo, se il principe fosse vissuto ancora per alcuni anni".
Ma ucciso Manfredi a Benevento, gli Angioini ridussero alle dimensioni minime il
suo vasto disegno.
Nella modernissima piazzetta Mercato, una specie di palcoscenico al mare,
accanto alla Cappella gotica della Maddalena, la più antica delle chiese
locali, di origine sveva, l'immaginazione può scoprire l'ombra di re Manfredi
passeggiare sugli spalti delle mura, e ascoltare i suoi musici siciliani,
"grandi romanzaturi".
Ora ragazzi e ragazze, vecchi pescatori a riposo, sostano al sole primaverile e
intrecciano dialoghi d'amore e di speranze, in questo belvedere di memorie.
Mentre i gabbiani volteggiano nella tranquilla luce del meriggio, oltre il porto
e il golfo, l'occhio spazia verso le chiare città costiere da Bari a Trani a
Barletta, e, sul profilo delle Murge, scopre Castel del Monte, il magico anello
di pietre sacro agli svevi.
Ma di svevo a Manfredonia, nata sveva, resta solo qualche tratto della cinta, il
nucleo centrale del castello a pianta quadrilatera con le torri angolari, il
cortile interno e le fabbriche, completate poi dagli Angioini e successivamente
dagli Aragonesi; resta il nome di Manfredi, dato al corso principale che
attraversa il centro storico; ma non l'idea di ciò che egli è stato.
Tutta la storia di Manfredonia e della progenitrice Siponto è, nella loro
continuità, una lunga successione di violenze subite; goti, bizantini,
longobardi, saraceni, normanni, angioini, ungheresi, durazzeschi, aragonesi,
spagnoli, francesi.
Baroni e conti, quasi sempre forestieri, si avvicendarono nel suo castello per
dominarla.
Città di arrivi e di partenze, teatro di lotte e di conquiste ininterrotte,
nata sul mare per cercarvi la vita, ebbe dal mare distruzioni e rovine.
Quell'alba del 16 agosto 1620 per Manfredonia fu l'inizio di una sanguinosa
agonia durata tre giorni.
Sbarcati da 56 galee i Turchi, piegata ogni resistenza, saccheggiarono e
incendiarono chiese, abitazioni, edifici, archivi e asportarono ogni bene.
Di Manfredonia sveva e angioina restava, oltre il Castello e le mura, ben poco.
Manfredonia, che sul finire del 1500 contava circa 3500 abitanti, si ridusse,
verso la metà del 1600, a 350 fuochi, ossia a 1750 abitanti.
Il volto odierno del nucleo antico è in gran parte quello della lenta
ricostruzione dopo quel tragico 1620.
Provvidenziale fu l'opera illuminata dell'arcivescovo Card. Orsini, che
divenne poi papà Benedetto XIII.
Molti gli edifici che ricordano questa ferma volontà di rinascita: la
Cattedrale ricostruita sull'originale Duomo angioino dedicato a San Lorenzo
vescovo di Siponto con la facciata aggiunta recentemente a ricordo della visita
di Giovanni XXIII, il campanile, il Seminario, le chiese con gli annessi
conventi di San Benedetto, di S. Chiara, di S. Maria delle Grazie, di S.
Francesco, che conserva, fra le arcate gotiche, una pregevole "Natività"
di Berardino e Giulio Licino.
Un esempio di sovrapposizioni di epoche e di stili e nella chiesa di San
Domenico che conserva la facciata romanica e resti dell'antica struttura a
gotica, come il grande arco sul mare e la Cappella della Maddalena con monofora
murata ed affreschi del '300, fra cui l'albero genealogico di Maria col Bambino.
Attiguo è il convento dei Domenicani con l'arioso colonnato a loggetta, attuale
sede municipale.
Questa atmosfera così particolare, intessuta di memorie antiche e moderne,
circola per le strade e nelle piazze, dove si incontrano palazzi nobiliari con
stemmi gentilizi, loggiati aperti ed ampie corti interne dalle scale di pietra.
Di particolare interesse il sobrio ed elegante barocco degli edifici e delle
chiese, come i palazzi delle famiglie Delli Santi, Delli Guanti, il convento dei
Celestini ora in restauro.
Tutt'intorno, fra vicoli e viuzze, si susseguono urnili casupole in pietrame o
in tufi, costituite dal solo pianterreno e dal tetto a terrazza, o
sopraelevazioni ad un piano con mugnali, scale esterne e bianchi intonaci di
calce.
Qui sopravvivono contrasti, sofferenze e silenzi antichi.
Sui muri delle case, nei monumenti, nelle strade, si legge, con i segni del
passato, il dissidio fra l'anima religiosa, la prepotenza del potere, la dura
fatica dei più deboli e la semplice vita degli istinti.
All'incalzare del nuovo resistono vecchie case di pescatori, piccole botteghe di
artigiani, umidi sottani per abitazioni, atrii e cortili schiamazzanti di giochi
di bambini.
Via San Lorenzo, via Maddalena, Portuso del Monaco, Spiaggia Diomede, Arco
Boccolicchio.
Qui la vita conosce serenità e amarezza, lutti e rimpianti.
Devastata dai Turchi, dopo una decadenza durata secoli, agli inizi dell'800,
Manfredonia, contenuta entro la cerchia antica, contava ancora 5000 abitanti.
Viveva dei prodotti di una misera agricoltura, della pesca e dell'allevamento
del bestiame.
Migliorate però le vie di comunicazione, potenziato il porto, favorito il
commercio, comincia lentamente la sua ascesa.
Gran parte delle mura vengono abbattute o inglobate nelle nuove costruzioni, che
si espandono oltre la cinta, fino a costituire nuovi quartieri.
L'esplosione demografica ed edilizia diventa più rilevante nel secondo
dopoguerra, favorita dal pieno sviluppo industriale e commerciale degli ultimi
anni.
Ora i nuovi e moderni rioni, con le recenti lottizzazioni, comprimendo il nucleo
antico, hanno dilatato la periferia della città, operando il congiungimento con
il Lido balneare di Siponto che è la spiaggia di Manfredonia.
Il vecchio e il nuovo, l'antico e il moderno costituiscono il segno di questa
città in continuo fermento, aperta a rapidi collegamenti con le principali reti
autostradali, ferroviarie e marittime.
Spinta alla specializzazione industriale e terziaria, ha saputo dar vita ad
una flotta peschereccia tra le più nutrite e attrezzate del basso Adriatico (terza
in Italia).
I costruttori di barche e i pescatori, l'acqua e il mare, un mare spesso
difficile e amaro, rappresentano ancora la vera anima di questa città dinamica,
che, pur gravitando sul porto, nel quale è notevolmente cresciuto il movimento
navale, conserva l'antico equilibrio fra mare e terra.
Pescatori e agricoltori, commercianti e artigiani, operai e addetti al turismo,
liberi professionisti, impiegati e insegnanti, determinano insieme il nuovo
clima culturale e cittadino, anche se qui, come altrove, sono cresciuti i
problemi col rapido sviluppo urbano, come quelli occupazionali e dei giovani,
che affollano le scuole, le strade, la villa, e degli anziani, spesso
emarginati.
Notevolmente cresciuto è il contesto culturale con la presenza di scuole di
ogni ordine e grado e di varie istituzioni culturali. Anche l'artigianato
artistico trova valide espressioni in tradizionali botteghe.
Sono forme e colori che si riscontrano nella vita di ogni giorno, tra i vicoli e
nelle bianche cale, sulle spiagge interminabili o sugli orizzonti luminosi del
mare e della piana, nelle grotte o sugli scogli, nel verde del grano e degli
ulivi secolari o tra le siepi di fichidindia e i campi vasti di asfodeli.
Colori e luce che fanno di Manfredonia una città solare e un brillante centro
turistico, luogo di sosta e di partenza di turisti per la scoperta delle
stupende bellezze dei paesi e delle coste garganiche fino ai laghi Lesina e di
Varano e alle Isole Tremiti, incantevoli come un miraggio, o per i monti o le
doline dell'aspro paesaggio interno, dove la Foresta d'Umbra, suscita ricordi
panici; o di pellegrini del mondo per l'antichissimo Santuario nella grotta
di San Michele a Monte S. Angelo o per quello recente di Padre Pio a S. Giovanni
Rotondo.
In questa città di relazioni, tra le più importanti della Daunia, il mondo
presente vivo o moderno non può dimenticare l'antico. L'immagine della fabbrica
e del lavoro di fabbrica, pur con tutti i gravosi problemi connessi, si fonde
con quella più arcaica del lavoro sul mare e nel porto, nei cantieri e nei
campi, dovunque l'uomo di oggi ripeta la fatica degli antichi abitatori di
quella antichissima terra.
Nell'anima
costruttiva e razionale affiora la tradizionale religiosità popolare e lo
spirito dionisiaco che dà a Manfredonia una lieta e indimenticabile atmosfera
festiva, come quella che si respira durante il Carnevale Dauno, o nelle feste
patronali, nei bar, nel passeggio serale lungo il corso Manfredi, o nelle
spiagge affollate sotto il sole a picco.
Il sorriso della gentile Baccante, proveniente dall'antica Siponto, diventa così
il segno della gioia di vivere, che si scopre nei volti luminosi di tante
ragazze e ragazzi, e che aiuta ciascuno a dominare se non a vincere i mali
esistenziali della civiltà contemporanea.
Una città che
aiuta a trovare, nell'equilibrio delle sua varie componenti, il giusto
significato dei sentimenti e delle cose e forse anche il valore stesso del
vivere.
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